COLLABORAZIONI CRITICHE / SALVATORE FAZÌA

Referenze

 

Sono nato alla critica in occasione dei Premi Marzotto, che erano luoghi nei quali avvertivo di abitare volentieri. Avevo ventun anni. Alla stessa età mi sono affacciato alla letteratura leggendo la Nausea di Sartre. Poi è stata tutta un’avventura di libri, di quadri. Mi interessava il perché venissero fatti, e la risposta l’ho trovata nel come. Nel come, c’erano le cose più le pose. Così, pur facendo quel che facevano i critici d’arte, recensire, presentare, collaborare a giornali e riviste, a gallerie e musei, e cioè parlare e scrivere, presto, prima privatamente (se no gli artisti si incazzavano, e i galleristi pure, e pure il pubblico), poi sempre più pubblicamente, ho cominciato a cercare a cosa servisse l’arte, passando dalla filosofia della forma alla tecnologia della forma e all’economia della sua funzione. Trovando una pista nell’ergonomia dell’opera e dell’operazione dell’opera secondo un processo a tre fasi intensamente caotiche e analiticamente disponibili come forma, riforma e trasfigurazione (dove la forma è la presa raffigurativa dell’opera, la riforma ne è l’eccitazione pro o contro ai fini ex-pressivi dell’io nel genere dello stile dettato ora dal desiderio ora dalla protesta, e la trasfigurazione è tutta la trasformazione mediatica della figure del reale e quella loro oltranza avventuriera tra visionaria e estatica). In questo mutando il mio esercizio, da quello di critico d’arte a quello di critico dell’arte, nel doppio senso di criticare l’arte per comprenderla meglio ma anche nel senso di parlarne male, secondo il sospetto hegeliano della unilateralità dell’arte e del suo linguaggio enigmatico, il suo ingorgo animistico, e il progetto (invece) della multilateralità della critica, il suo impegno di apertura alle parole e di evoluzione verso la coscienza. Credendo a questo, ho composto un dizionario critico dell’arte che ho intitolato L’arte parola per parola, logistica a/z dove appunto riaprire la questione in tutta la sua vertenza: si tratta di duecentocinquanta parole per duecentocinquanta pagine in ognuna delle quali vengono praticati i sentieri interrotti del pensiero sull’arte e sulla cui rottura è possibile ritrovare segno e senso, soglia e precipizio, vista e miraggio, di tutto quanto è stato praticato praticando l’equivoco dell’anima.

Salvatore Fazìa

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